La guerra secondo Andrea Linfozzi - Schegge di stelle
 
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    La guerra secondo Andrea Linfozzi

    Schegge di stelle

    In seguito alla pubblicazione della raccolta di racconti "Schegge di stelle", abbiamo chiesto allo scrittore Andrea Linfozzi di presentarsi brevemente.

    "Il mio nome è Andrea Linfozzi e sono un docente di Lingua e Letteratura Italiana. Attualmente lavoro a Pescara presso l’Istituto Tecnico Commerciale Tito Acerbo. Nel 1998 ho vinto il Premio Teramo e il Premio Fondazione Caripe. Nello stesso anno ho pubblicato due raccolte di racconti con Edizioni Tracce: “L’uomo che costruiva violini” e “Lacrime e polvere da sparo”. Durante la mia carriera letteraria ho vinto diversi premi nazionali di narrativa, tra i quali “L’astrolabio-Pisa” e “Andrea Pazienza-Ivan Graziani”. Nel 2004 ho organizzato il Premio L’albero dei racconti e ne ho curato l’antologia. Nel 2018 ho pubblicato “Heysel 28 maggio 1985”.

    Nella raccolta “Schegge di stelle” ogni racconto è collegato da un filo conduttore?

    Le storie con le quali si articola tale raccolta sono ispirati a fatti realmente accaduti come la guerra in ex Jugoslavia e l’attentato alle torri gemelle dell’11 Settembre 2001. Tutti i racconti sono accomunati dal fatto che i protagonisti di tali vicende vivono nella costante ricerca di equilibrio. Pertanto, possiamo metaforicamente paragonare questi ultimi a delle schegge di stelle che vagano nell’Universo.

    Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta ad affrontare tali tematiche?

    La finalità primaria è la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sia per eventi storici rilevanti che per episodi che ci riguardano nel quotidiano.

    E ’in procinto di pubblicare una nuova opera?

    Al momento sono impegnato nella stesura di un nuovo romanzo ambientato in Abruzzo durante la Seconda Guerra Mondiale, il quale sarà prossimamente disponibile nelle librerie.

     

    La guerra.

    Primo classificato Premio Letterario “Andrea Pazienza – Ivan Graziani, C. G. I. L., circolo culturale “Gli Alianti” anno 1999.

    Secondo posto nel Premio Nazionale di narrativa inedita “Jerome D. Salinger” anno 2018.

    Ieri sono stato per la prima volta ad un parco giochi e appena l’ho visto sono rimasto a bocca aperta per lo stupore. Era immenso, grande come una città. Non c’erano né abitazioni né chiese, solo grandi giochi. L’Italia è davvero il paese delle meraviglie: è pieno di posti belli, la gente è sempre cortese e ci sono ospedali che possono curare ogni malattia. Se fossi rimasto nel mio paese di sicuro mi avrebbero amputato la gamba ferita. Lì c’è la guerra, in ogni angolo qualcuno sta morendo e non c’è tempo di curare una gamba colpita da una pallottola.

    In Italia le persone sono tutte gentili come il padre di Marco. E’ stato lui a portarmi al parco giochi e a pagare anche il mio biglietto di entrata. Io ero così contento che non finivo più di ringraziarlo e lui alla fine mi ha risposto: “Di niente, non ti preoccupare, il biglietto d’entrata costa così poco”. Il biglietto costava trentamila lire e a me non sembrava poco: nel mio paese una famiglia di quattro persone riesce a sfamarsi per un mese con una somma del genere.

    Marco ha dodici anni come me, ma lui c’è già stato almeno altre trenta volte al parco giochi. Conosce tutti i percorsi a memoria e mi ha guidato da un'attrazione all’altra. Io mi sono divertito molto ma ogni tanto il mio pensiero correva dai miei amici rimasti a lottare contro la guerra e la fame. Ho pensato: “Il mio amico italiano Marco è venuto trenta volte in questo parco giochi. Trenta volte per trentamila lire fanno novecentomila lire. Con questa somma, nel mio paese, si acquistano viveri per quasi tre anni, tre anni di sopravvivenza in più per continuare a sperare”.

    Al centro del parco giochi c’era un grande lago artificiale e tutt’intorno erano disposte più di cinquanta attrazioni. Dalle dieci di mattina fino alle cinque di pomeriggio, io e Marco non abbiamo fatto altro che correre da una parte all’altra. Poi, nel tardo pomeriggio, quando Marco si è avvicinato all’uscita, ho indicato un alto traliccio in metallo e ho detto: “Io voglio andare là”. Marco si è limitato a rispondere con la stessa identica frase che mi ha ripetuto per tutto il giorno: “Quell’attrazione è solo per grandi, noi non possiamo andare”.

    “Marco, io voglio provare” ho insistito.

    “Guarda che quel traliccio è alto ottanta metri, e su quelle seggioline che vedi sospese nel vuoto si viene sparati da terra fino in cielo ad una velocità impressionante. Lì vanno solo gli adulti coraggiosi dallo stomaco d’acciaio perché si rischia un infarto o di vomitare anche le budella!”

    Io sono rimasto a guardarlo ancora per un attimo e poi mi sono incamminato da solo. Quando Marco mi ha gridato che ero impazzito io mi trovavo già sotto quel traliccio a far la fila. L’attrazione simulava la partenza di una navicella spaziale. Mentre aspettavo il mio turno mi sono accorto che non erano solo i ragazzi a spaventarsi di quel lancio, perché molti adulti rinunciavano al proprio posto e si defilavano. Io mi sono chiesto: “E’ un gioco, perché dovrebbe farmi del male?”

    Molti cartelli vietavano l’entrata ai minori di diciotto anni ed alle persone cardiopatiche, ma quando l’addetto al controllo si è accorto che un bambino di dodici anni era riuscito a passare, io ero già ad ottanta metri di altezza che mi godevo il panorama, mentre tutti gli altri gridavano per la paura. Sulla strada del ritorno a casa Marco mi ha chiesto: “Ma tu non hai proprio paura di niente?”

    “No” ho risposto deciso “non ho paura”. Non ho aggiunto altro.

    Nel mio paese c’era la guerra già da un anno quando un giorno mio padre disse che doveva partire. Nessuno lo obbligava ma lui era deciso e mia madre non provò a persuaderlo: sapeva che ogni parola sarebbe stata inutile. “Qualsiasi cosa accada, ricordati di non aver paura,” mi disse “ormai sei un uomo e devi proteggere la mamma”. Io annuii, anche se ero triste e preoccupato. Avevo voglia di piangere e di pregarlo di non partire, ma quando lo guardai negli occhi rimasi fulminato. Ne avevo viste a migliaia di persone che partivano per la guerra, ma quello sguardo no, non lo avevo mai visto. Negli altri si poteva leggere la paura di non tornare, l’angoscia di lasciare la famiglia senza la certezza di rivederla, tristezza e poco altro. Negli occhi di mio padre no, non c’era niente di tutto questo: solo serenità e determinazione. Aveva lo sguardo di uno che pur di difendere la propria terra avrebbe lottato a mani nude contro un carro armato. Volevo piangere alla sua partenza ma il suo sguardo era riuscito a congelare dentro tutte le mie lacrime.

    Era incredibile ma da quando era iniziata la guerra, nel mio paese non c’erano più ragazzi. Di colpo eravamo diventati tutti uomini, come se in un attimo fossero trascorsi venti anni. Io e miei amici Mikla, Drazen e Jury di colpo trentaduenni, senza più voglia di giocare. Niente più macchinine e armi-giocattolo, solo armi vere. Dalle armi di plastica uscivano proiettili invisibili che esplodevano spargendo divertimento; quelle metalliche sparavano proiettili carichi di polvere da sparo con ogive altamente perforanti: morte e disperazione ovunque.

    Eravamo buffi a girare con dei fucili automatici a momenti più alti di noi. Camminavamo a fatica con il calcio in legno che batteva contro le gambe.

    L’unico forno rimasto in piedi dopo i bombardamenti era nella periferia della città, per arrivarci si doveva superare un tratto di strada controllato dai cecchini nemici. Noi avevamo una tattica per avere più possibilità di tornare a casa indenni: contavamo fino a cinque e poi vìa, correvamo insieme e lontani di alcuni metri l’uno dall’altro, per non lasciare troppo tempo ai fucilieri di prendere la mira. L’ultima volta non la dimenticherò mai. Un silenzio surreale abbracciava tutta la città. Prima di attraversare quel pericoloso tratto di strada, riparati da un muretto di recinzione, guardammo sulla collina: non si vedeva niente. Nessuna divisa nemica, nessun luccichio, niente. Con un filo di speranza nella voce Mikla disse: “Forse non ci sono?”

    “Ci sono, ci sono” rispose Drazen “Rimangono immobili per non farsi notare quei vigliacchi, poi appena qualcuno attraversa la strada gli piazzano un proiettile in mezzo agli occhi”.

    “Chissà quanti sono e quante possibilità abbiamo di arrivare dall’altra parte?”

    “In ogni caso dobbiamo andare. Non possiamo fare a meno del pane ancora per molto” affermai io rompendo ogni indugio.

    “Andiamo!”

    Eravamo in quattro, io ero nel mezzo. Mi voltai a destra e a sinistra per controllare se i miei amici erano pronti. Poi, chinato per prendere slancio per lo scatto, con lo sguardo fisso sul riparo da raggiungere dall’altra parte, iniziai a contare: “Uno... due... tre... quattro... CINQUE!”

    Ci lanciammo in una corsa sfrenata mulinando nell’aria braccia e gambe con tutta la forza che avevamo. Eravamo veramente veloci. Si corre così solo quando la morte è alle calcagna. Dalla collina esplose un colpo di fucile automatico, poi un secondo, un terzo, un quarto, un quinto. A sparare dovevano essere almeno in tre. Mentre correvo fissavo il punto da raggiungere. I miei amici erano alle mie spalle. I proiettili fischiavano vicino alle nostre orecchie e si interravano a pochi passi da noi. Appena arrivati al riparo di una fatiscente costruzione, ci cercammo l’un l’altro.

    “Mikla!” chiamai. 

    “Sono qui” rispose.    

    “Drazen!” 

    “Tutto bene”.

    “Jury!” 

    Silenzio.  

    “Jury?!”   

    “...”    

    “JURY!!!”

    Jury non era tra noi. Guardammo dall’altra parte della strada e lui era ancora lì, vicino al muretto: non si era mosso di un millimetro.

    “Jury, cosa aspetti?” gli chiese Mikla “Corri da questa parte!”

    Il nostro amico non si mosse. La paura gli bloccava tutti i muscoli. Aveva lo sguardo fisso su quella collina: vedeva la morte pronta a saltargli addosso.

    “Andate voi…” disse con un filo di voce “io vi aspetto qui”.

    “Non è prudente rimanere da soli, devi venire con noi”.

    Jury indugiò un attimo, poi di colpo si mise a correre ma nella direzione sbagliata. “NO! NON DA QUELLA PARTE!” gli urlò Mikla “QUELLO E’ UN CAMPO MINATO!” Quando Jury si fermò impietrito era troppo tardi. Aveva pensato di fare un giro più ampio per non buscarsi una pallottola nel corpo, e senza saperlo si era inoltrato di venti metri in un campo imbottito di mine antiuomo. I nemici non ripresero a sparare, sapevano che quel ragazzo difficilmente sarebbe uscito intero da lì e si preparavano a gustarsi lo spettacolo dall’alto. Jury non si muoveva di un millimetro, tratteneva perfino il respiro. Ora la morte era nascosta sotto i suoi piedi, pronta ad afferrargli una caviglia e a trascinarlo sotto terra, strappandolo dalle mani della vita. Noi eravamo disperati, inghiottiti dall’impotenza. Mikla si mise a urlare con tutto il fiato che aveva nel corpo: “VIGLIACCHI! BASTARDI! SIETE SOLO CAPACI DI SPARARE CONTRO RAGAZZI DISARMATI. BASTARDI!” Aveva tanta rabbia che se avesse avuto fra le mani il suo fucile automatico, avrebbe sparato all’impazzata contro la collina fino a sbriciolarla. Jury non si muoveva ma non poteva rimanere così all’infinito. Temevamo che da un momento all’altro avrebbe iniziato a correre come un pazzo. Che fare per aiutarlo?  Ad un tratto mi chiesi cosa avrebbe fatto mio padre se ci fosse stato, e subito dopo mi venne in mente che lui, senza esitare un attimo, sarebbe andato a prenderlo. Mi ricordai di quando mio padre disse ‘Vado in guerra’ con la stessa tranquillità con cui si dice ‘Vado a fare la spesa’. Poi mi tornarono in mente i suoi occhi, quegli occhi che non mi avevano mai lasciato, e mi parve che in quel momento mi stessero guardando con perplessità, come per dire: “Cosa aspetti? Il tuo amico ha bisogno di te, non regalarlo alla morte”.  Silenzio.

    “Vado a prendere Jury” sussurrai ai miei amici con una calma senza fondo.

    “COSA??!!” chiesero loro in coro “SEI IMPAZZITO??”

    Poi mi guardarono negli occhi e rimasero senza parole: forse non avevano mai visto uno sguardo così. Avevano visto tutto durante la guerra, cose che non si possono neanche immaginare, ma quello sguardo no, non l’avevano mai visto. Iniziai a camminare lentamente, e quando i nemici mi videro uscire dal riparo con quel passo, non credettero ai loro occhi. Indispettiti iniziarono a sparare. I miei amici si segnarono la croce sul viso e sul petto perché mi vedevano già cadere sull’asfalto, morto. Le pallottole tranciavano l’aria urlando minacce, ma io continuavo a camminare verso Jury. Ormai non mi fermava più niente. Arrivato al limite del campo minato osservai per un attimo il suolo: era impossibile vedere dove erano nascoste le mine, non c’era un centimetro quadrato di terra smossa, la morte poteva nascondersi ovunque. Quando i miei amici mi videro entrare nel campo minato si coprirono gli occhi per non vedermi saltare in aria. I proiettili mi passavano vicino urlando “Morirai, morirai!” e così iniziai a ripetere nella mente la stessa frase che non avevo smesso di pronunciare da quando mio padre era partito: “Non ho paura, non ho paura, non ho paura ...”  Arrivato vicino a Jury gli presi la mano e gli dissi: “Andiamo!”  Era incredibile: pareva che nessuno ci stesse sparando contro e che sotto quel terreno non ci fosse nessuna mina. Era come se una mano invisibile ci stesse guidando. Ad un certo punto però, una pallottola mi colpì. Sentii un dolore acuto e la gamba sembrò cedere. Ripetevo: “Non ho paura, non ho paura, non ho paura, non ho paura, non ho paura, non ho paura...” e quasi per miracolo riuscivo a restare in piedi, trascinando la gamba ferita. Riuscimmo a raggiungere i nostri amici, e solo allora crollai a terra. Jury non la finiva di ringraziarmi e scusarsi; gli altri si preoccuparono di preparare un bendaggio di fortuna per la mia gamba. Da quanto mi hanno raccontato, deliravo. Continuavo a ripetere tra i denti una frase che loro non riuscivano a capire. Poi venne il trasferimento in Italia e l’operazione. Fu il padre di Marco ad operarmi e andò tutto liscio. Ora, tra qualche giorno, tornerò nel mio paese e ricomincerò a lottare contro la morte. Ringrazierò tutti e saluterò Marco che continuerà a raccontare per anni di aver conosciuto un piccolo eroe. Ma io non sono affatto un eroe, sono solo uno delle migliaia di ragazzi che lottano ogni minuto contro la guerra. In verità non sono neanche molto coraggioso perché un po’ di paura ce l’ho. Sì, ho paura! Ho paura di non rivedere più mio padre, ho paura di trovare terra bruciata dove una volta c’era la mia casa, ho paura di sapere che mia madre è sepolta sotto un cumulo di terra tra altre milioni di croci dove una volta c’era uno stadio, ho paura che questa inutile guerra non finisca più. Ho paura.


    Ricordiamo che è possibile leggere gratuitamente un estratto del libro "Schegge di stelle" o acquistarlo al link riportato di seguito.

    https://www.amazon.it/Schegge-stelle-Racconti-Andrea-Linfozzi/dp/179205226X

    di Michela Angelastro


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